Continua la battaglia in difesa della Costituzione.

Continua  la battaglia in difesa della Costituzione.

Signor Presidente, sottoscrivo l’emendamento 1.1931 e procedo alla sua illustrazione.
Vorrei fare un paio di premesse. Premetto che, se venisse accolta la proposta del Movimento 5 Stelle di sottoporre preliminarmente ai cittadini, tramite referendum consultivo di indirizzo, i principali nodi di questa riforma, potremmo nell’immediatezza in quest’Aula passare a discutere di questioni ben più importanti per l’Italia e per gli italiani quali, ad esempio, il problema del lavoro e dell’occupazione.
Ma tant’è.
Supero questa premessa nella consapevolezza che non appoggerete mai questa proposta, cioè quella di consultare i cittadini; non dopo che i sondaggi danno il 76 per cento degli italiani favorevoli ad un Senato elettivo, cioè esattamente l’opposto di quanto perseguito dal Governo.

Anche qui, nei prossimi giorni, assisteremo ad un mare di disinformazione. Verrà detta probabilmente anche qualche bugia. Se parliamo di bugie, non posso non citare il breve intervento di ieri del ministro Boschi che a sua volta ha citato Amintore Fanfani e ha dichiarato che le bugie in politica non servono.

Eppure, signori, questa è una riforma fondata sulla menzogna. È lo stesso film che abbiamo già visto con l’abrogazione delle Province: nei fatti non ne è stata abrogata nemmeno una. Eppure abrogando le elezioni provinciali, quelle sì, si è fatto intendere che fossero state abrogate pure le Province. E su questo avete fatto una campagna elettorale.

Ma la cosa più grave è che ad alimentare queste false credenze è lo stesso Presidente del Consiglio. Vorrei citare uno tra i suoi tanti tweet: «Via i senatori»; «Se si chiude» (riferendosi al provvedimento) «l’Italia cambia verso».

Via i senatori significa la chiusura del Senato, cioè la sua abrogazione: in realtà non viene abrogato alcunché, se non naturalmente l’elezione dei senatori.

E allora, ministro Boschi, che mi spiace non sia qui presente: chi dice le bugie? Chi ha detto ai cittadini che ci sarebbero stati risparmi per un miliardo di euro? Poi, probabilmente un collaboratore di Renzi gli avrà detto: «Signor Presidente, il Senato ha un bilancio di 500 milioni: come fa a risparmiare un miliardo?». Il giorno successivo, su tutti i giornali sono comparsi i titoli: «Via il Senato, risparmi per rimborsi e indennità di 500 milioni di euro». Ho fatto mettere a verbale, in un precedente intervento, gli articoli dei quotidiani, naturalmente di levatura nazionale, che titolavano in questo modo. Quotidiani il cui editore è il tesserato n. 1 del Partito Democratico. Ma è falso anche questo! Citando 500 milioni di euro di risparmi, hanno sbagliato di circa 450 milioni. Scusate se è poco!

Sono bazzecole.

Eppure ci troviamo davanti ad un falso deliberato perché porta consenso popolare parlare di risparmio dei costi della politica, ma il problema è che voi ne parlate solo. In Commissione respingete tutti gli emendamenti che vanno in questa direzione, cioè nella direzione dei risparmi dei costi della politica. (Applausi dal Gruppo M5S).

L’ultima bugia che voglio citare è quella di sostenere che questa riforma costituzionale non rappresenta una svolta autoritaria nel nostro Paese: lo sostengono i maggiori costituzionalisti, tranne uno, e non li cito. Lo sostiene mezzo Parlamento con appassionati interventi di rappresentanti di tutti i Gruppi.

Non siamo stati noi del Movimento 5 Stelle a definirla una «riforma spaventosa», ma uno dei più autorevoli rappresentanti, forse il più autorevole, del Senato. (Applausi dal Gruppo M5S). Dunque chi sta mentendo veramente, ministro Boschi?

Tornando all’emendamento 1.1931, l’articolo 1 del disegno di legge costituzionale innova l’articolo 55 della Costituzione. Esso reca una elencazione delle funzioni di un Senato profondamente rivisitato, secondo la più incoerente delle riforme: viene mantenuto, ad esempio, ipocritamente, la denominazione di Senato della Repubblica ma i senatori cessano, secondo il dispositivo del disegno di legge, di condividere insieme con i deputati la rappresentanza della Nazione, ex articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Si tratta dell’unico articolo della Carta che espressamente si riferisce alla rappresentanza politica e che nel testo vigente, fa di ogni membro del Parlamento il rappresentante della nazione, intesa come una rappresentanza vivente della collettività del popolo; esclusivamente i deputati dunque, nell’ipotesi di questo disegno di legge, rappresenteranno la Nazione, non già i senatori in quanto figli, evidentemente, di un dio minore.

L’Assemblea del Senato diviene rappresentanza delle istituzioni territoriali e non più della Nazione e del popolo. Questo passaggio è particolarmente importante perché racchiude tutto il senso della riforma. Il Senato secondo i proponenti non rappresenterà più il popolo e i cittadini, in teoria non avrà l’obbligo di rappresentare gli interessi dei cittadini, ma rappresenterà le istituzioni locali. Ciascun senatore rappresenterà l’istituzione che lo ha nominato, quindi il rispettivo Consiglio regionale o meglio il partito politico di appartenenza e quindi la segreteria politica che ha proceduto alla sua designazione e ne ha avallato la nomina.

Invero, perché si abbia rappresentanza della Nazione, nell’accezione di cui all’articolo 67 della Costituzione vigente, è necessaria una provenienza da elezioni popolari periodicamente convocate. Questo è un punto particolarmente importante: un’elettività di secondo grado nell’ambito di membri comunque eletti dal corpo elettorale presso gli enti locali è evidentemente preclusiva di ogni possibile ipotesi di rappresentanza della Nazione.

In tema di rappresentanza, secondo il dettato del disegno di legge costituzionale, il Senato rappresenterà dunque le istituzioni territoriali. Ciò fa emergere non pochi problemi di legittimità anche costituzionale. Con il nostro emendamento 1.1931 proponiamo, al comma 1, capoverso “articolo 55”, quarto comma, di sostituire il primo periodo con il seguente: «Il Senato della Repubblica rappresenta le collettività territoriali» – non più dunque le istituzioni territoriali – «nell’ambito della Nazione». Quindi c’è un richiamo diretto alla rappresentanza delle comunità territoriali, ma nell’ambito nazionale.

Chiediamo con questo emendamento che il Senato della Repubblica rappresenti collettività pur territoriali, ma nell’ambito della Nazione, e non solo le istituzioni di provenienza, o in ultima analisi i partiti di provenienza, come di fatto avviene in questo disegno di legge.

La prima parte della Costituzione non è stata per fortuna intaccata dalla riforma. Non si può quindi prescindere dal principio cardine dell’articolo 1 della Costituzione secondo il quale la sovranità del popolo esige che la costruzione dell’ordinamento sia riservata al popolo sovrano. In altre parole, la nostra democrazia attribuisce la creazione del diritto al popolo nell’ambito delle sue istituzioni rappresentative e non certo ai suoi enti locali o ai loro rappresentanti. Affermavano anche i Costituenti che il fulcro dell’organizzazione costituzionale…

PRESIDENTE. Senatore Cappelletti, il tempo a sua disposizione è terminato.

CAPPELLETTI (M5S). Vado direttamente alla conclusione.

Proponiamo con il nostro emendamento che il Senato della Repubblica rappresenti le collettività territoriali nell’ambito della Nazione e quindi interessi pubblici condivisi, non più formalmente istituzioni le territoriali di appartenenza e, in ultima analisi, il proprio partito nella persona della segreteria politica che ne ha designato e disposto la nomina a senatore. (Applausi dal Gruppo M5S).

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