Vergognosa situazione nella ricapitalizzazione Banca D’Italia

Vergognosa situazione nella ricapitalizzazione Banca D’Italia
“Per chi non lo sapesse si tratta del decreto che chiude definitivamente la porta alla ripubblicizzazione della Banca d’Italia, escludendo in maniera esplicita anche la sola possibilità che Stato ed Enti Pubblici possano detenerne parte delle quote di proprietà.
La giustificazione addotta è che la proprietà pubblica dell’Istituto (cosa che pacificamente accade in Francia e Germania) ne minerebbe l’indipendenza dal potere politico, a meno che non si mettesse pesantemente mano allo Statuto.  

Invece sul fatto che la proprietà sarà in mano a banche e soggetti sottoposti a vigilanza della stessa Banca d’Italia, nulla da dire…
 Non si capisce perchè i presidi posti a tutela dell’indipendenza funzionale della Banca siano sufficienti per i privati e non per gli eventuali soggetti pubblici.
Non si capisce perchè lo Statuto Bankitalia dovrebbe essere rivisto completamente per rispondere al dettato di una legge IN VIGORE DAL 2005, mentre il Governatore ha già in mano una bozza del nuovo Statuto che si adatta ad un decreto ancora non convertito.
O meglio, si capisce benissimo : Il Governo (e in particolare la sua componente PD, che di banche se ne intende.) si fida molto meno della classe politica italiana presente e futura che degli azionisti privati (e in particolare degli amici banchieri vigilati!!!).
oppure semplicemente, quando le banche chiamano, bisogna rispondere subito, meglio se con i soldi della Banca d’Italia.
Infatti le riserve con le quali verrà ricapitalizzata la Banca, altro non sono che parte degli accantonamenti degli utili prodotti (in maniera diretta o indiretta) dalla Banca stessa in virtù dell’attività che svolge in regime di monopolio per designazione dello Stato.

 Questa situazione è VERGOGNOSA.

Il Movimento 5 Stelle ha presentato circa 500 emendamenti in Commissione e si prepara ad una lunga serie di sedute (anche notturne) di discussione e illustrazione degli stessi.
Giuseppe Vacciano – Portavoce M5S “

Intervento del Senatore Vacciano – VI Commissione del decreto IMU – Banca d’Italia 

PRESIDENTE. Grazie, senatrice Montevecchi.

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Vacciano. Ne ha facoltà.

VACCIANO (M5S). Signor Presidente, colleghi, Ministri, questo è l’ennesimo decreto che risponde alle ennesime necessità e urgenze quali, ad esempio, quelle di cui ci si accorge per la prima volta dal 1936.

È superfluo evidenziare il fatto che anche questo provvedimento trova le proprie coperture finanziarie in aumenti degli acconti IRES e IRAP e delle addizionali IRES e che, anche se una volta tanto il settore direttamente coinvolto è quello creditizio e finanziario, le ormai tristemente famose clausole di salvaguardia incidono nuovamente su consumi e imprese. Quanto alle banche, vedremo in seguito come il loro provvidenziale sacrificio venga ampiamente ricompensato in questo stesso provvedimento.

Tralascerò anche le disposizioni in materia di immobili pubblici che agevolano la prevista vendita o svendita del patrimonio immobiliare pubblico; chiedo venia, il termine corretto è «valorizzazione». Chissà che domani a qualcuno non venga in mente di valorizzare anche il Colosseo, che pure presenta qualche piccola irregolarità urbanistico-edilizia.

Voglio però concentrarmi sul Titolo II del decreto in esame, quello che riguarda la ricapitalizzazione della Banca d’Italia. Fino ad oggi abbiamo sempre contestato il Governo, perché di fatto esautora il Parlamento della propria potestà legislativa, ma questa è la prima volta che siamo di fronte ad un provvedimento che sembra scritto a quattro mani con l’Associazione bancaria italiana e magari con la stessa Banca d’Italia.

Vediamo dunque di che si tratta: la Banca d’Italia utilizzando le proprie riserve, porterà il proprio capitale dagli attuali e ormai simbolici 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. In conseguenza, i soci privati (ricordiamo i principali: Banca Intesa e Unicredit), vedranno le quote in loro possesso rivalutate a 25.000 euro cadauna.(Brusio).

Chiedo ai colleghi se sia possibile continuare il mio intervento con un po’ di silenzio. (Applausi dal Gruppo M5S).

(Segue VACCIANO). Forse è utile ricordare (a chi ascolta o a chi non parla troppo) che i miliardi di aumento di capitale, che i banchieri si ritroveranno come per magia nei loro bilanci, derivano da un fondo di riserve incrementatosi nel tempo grazie al fatto che lo Stato, e quindi i cittadini italiani, hanno concesso negli anni alla Banca d’Italia il privilegio di svolgere in regime di monopolio quel complesso di attività senza le quali l’istituto nazionale di Palazzo Koch non avrebbe mai potuto registrare utili diretti o indiretti e tantomeno creare riserve statutarie.

Da questa considerazione discende in maniera diretta un’altra: il metodo di calcolo utilizzato per determinare il nuovo valore delle quote Bankitalia (il cosiddetto dividend discount model), basato sul valore attuale dei dividendi futuri, è semplicemente inapplicabile alla banca centrale. I soci privati, che acquisirono le quote dell’istituto di emissione quando avevano natura pubblica e la mantennero a causa di una improvvida (o forse per qualcuno a questo punto sarebbe meglio dire provvidenziale) distrazione della legge Amato, non possono vantare alcun diritto su utili, quali sono quelli della Banca d’Italia, prodotti sfruttando direttamente o indirettamente un bene pubblico. (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, vi pregherei di abbassare il tono di voce, perché il collega non riesce a svolgere il suo intervento. Chi deve parlare lo faccia, per cortesia, al di fuori dell’Aula.

VACCIANO (M5S). Grazie, Presidente.

Quanto viene anche oggi riconosciuto ai partecipanti al capitale può essere coerentemente considerato un indennizzo, collegato al fatto che questi ultimi, in un tempo remoto, pagarono un prezzo per acquistare delle quote.

In ragione di queste considerazioni, al collega Rossi, che in Commissione faceva notare come nulla innovi nel nuovo assetto proprietario rispetto alla situazione attuale, ribadisco che la reale anomalia è proprio la situazione attuale; anomalia che stiamo sanando istituzionalizzandola.

C’è da dire che, a fronte di questi incrementi di capitale, lo Stato, che ormai ha come imperativo fare cassa in ogni modo possibile, incasserà un’imposta sulle plusvalenze, che al momento in cui è stata formulata la relazione tecnica risultava non quantificabile, ma che abbiamo appreso – work in progress – ­dalla legge di stabilità che sarà commisurata al 12 per cento dell’incremento di valore.

Ad ogni modo le banche saranno ben liete di pagare, anche in vista dell’affare che si prospetta all’orizzonte. Sempre in questo provvedimento si prevede, infatti, che ogni socio non possa detenere quote che rappresentino più del 5 per cento – poi scopriremo che in realtà è il 3 per cento – del capitale di Bankitalia: i soci di maggioranza (sempre UniCredit e Banca Intesa, oltre che Generali e Carisbo), dovranno liberarsi delle azioni eccedenti tale soglia mettendole sul mercato. Ma, si sa, il momento è difficile, il mercato per questo tipo di quote è ancora da costruire e, allora, il Governo ha generosamente previsto una scorciatoia: la Banca d’Italia temporaneamente (e questo termine in Italia normalmente significa «tendente all’infinito») potrà ricomprare le proprie quote dai soci che ne posseggono in eccesso. (Applausi dal Gruppo M5S). I nomi mi sembra di averli fatti già abbastanza spesso, ma forse è meglio che li ripeta: Banca Intesa e Unicredit.(Applausi dal Gruppo M5S).

Colleghi, mi dispiace che il termine non sia tecnico, ma io questo non so definirlo in maniera differente da regalo, al quale si aggiunge un’ulteriore semplice considerazione: in base alle nuove disposizioni – alle quali riconosco l’unico merito di porre fine alle pretese sulle riserve della Banca da parte dei soci privati – il dividendo sarà erogato ai soci stessi nel limite del 6 per cento del nuovo capitale: parliamo dì circa 450 milioni di euro l’anno, considerando che nell’assetto attuale non sono mai stati superati i 50-70 milioni di euro. Ciò contribuirà ad attenuare ulteriormente, laddove ce ne fosse bisogno, il disagio causato dalle maggiorazioni di aliquota IRES previste una tantum per l’esercizio in corso.

Ma sapete chi nel corso degli anni a venire percepirà meno utili? Certo che lo sapete, lo avete scritto anche nel bilancio previsionale: lo Stato!

Guardando al futuro, è stato inserito un emendamento per tutelare l’italianità della nostra banca nazionale, senza aver previsto alcuna clausola di salvaguardia, che pure noi avevamo proposto; quindi Bankitalia potrà essere in mano a soggetti che oggi sono italiani, ma che nel lungo termine (neanche tanto lungo) potrebbero essere scalati anche da nuovi soci extra europei, ad esempio una Goldman Sachs qualsiasi. Che succederà allora? Come si gestirà questa probabilissima situazione futura?

Oggi gli azionisti sono italiani e la Banca d’Italia è la loro autorità di vigilanza: cosa succederebbe se l’azionariato diventasse prevalentemente francese, tedesco, giapponese o finisse in mano a qualsiasi altro Paese con interessi potenzialmente contrastanti con il nostro e con la vigilanza spostata a Francoforte? Sappiamo che i colleghi di maggioranza e il Governo sono consapevoli di questo rischio, ma hanno ritenuto di non accogliere in Commissione il nostro emendamento, né hanno proposto una propria soluzione, che pure avremmo valutato: prova ulteriore, qualora fosse necessario, di come sia stato forzato e non adeguatamente supportato da una serena analisi dei fatti l’iter di questo provvedimento.

E ancora, se c’è un’azienda in Italia che può e, a nostro avviso, deve essere in mano pubblica o almeno prevedere la compartecipazione di soggetti pubblici questa è la Banca d’Italia, le attività di regolamentazione, vigilanza, politicamonetaria e così via richiedono totale indipendenza della banca centrale rispetto ai soggetti regolati. L’azionariato pubblico non è forse condizione necessaria e sufficiente affinché ciò accada, però è sicuramente meglio di un azionariato privato, dove gli azionisti sono tra l’altro i soggetti controllati.

Se è vero che non si può parlare di conflitto di interessi in senso stretto, perché, come sappiamo, i soggetti privati non possono influire sulle azioni esterne della Banca d’Italia (vigilanza, politica monetaria), possiamo però certamente parlare di inopportunità. Era proprio nel tentativo di sanare questa inopportunità che l’inapplicata legge n. 262 del 2005, al comma 10 dell’articolo 19, esattamente quello che si sta cancellando con il presente provvedimento (e mi rivolgo in particolare ai pochi colleghi rimasti del centrodestra, visto che era un provvedimento di un loro Governo), prevedeva il progressivo ritorno delle quote azionarie di Bankitalìa nelle mani di Stato ed enti pubblici.

Si potrebbe ribattere, portandola ad esempio …

PRESIDENTE. Dovrebbe concludere, senatore.

VACCIANO (M5S). Sono stato interrotto due volte.

PRESIDENTE. Il tempo perso è già stato recuperato.

VACCIANO (M5S). Dobbiamo però chiederci se siamo un caso isolato. No, e gli esempi li fa la stessa Banca d’Italia, citando la Federal reserve, che però ha un assetto proprietario che, se rapportato alle normative di Maastricht, sarebbe impensabile in Europa.

Torniamo proprio all’Europa. Di chi è la proprietà della Banque de France? Della Bundesbank, di quella Germania che ci piace tanto, e sul modello della quale è stata creata la BCE? È pubblica.

Se la necessità è quella evidenziata nel rapporto sull’aggiornamento del valore delle quote di capitale, ovvero di preservare l’autonomia della banca da ingerenze politiche, mi chiedo allora quale sia l’utilità del comma 1 dell’articolo 5, dove si esplicita in maniera chiara che assemblea dei partecipanti e consiglio superiore della Banca d’Italia non hanno ingerenza nelle materie relative all’esercizio di funzioni attribuite dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea. Se questa norma vale per i privati, perché non dovrebbe valere per i soci pubblici? O forse il Governo sta ammettendo che si fida molto più dei banchieri che della classe politica che lo sostiene e che addirittura potrebbe agire in violazione del Trattato di Maastricht, nel silenzio della stessa Banca d’Italia e contrariamente al suo stesso statuto, all’articolo 1?

Insomma, colleghi, se in questo decreto si ravvisa un’urgenza è ancora una volta quella di fare un favore alle nostre amate banche, che tanto si stanno prodigando per il sistema produttivo italiano.

Allora vi dico, care amiche banche, se volete risolvere i vostri problemi patrimoniali, sentitevi libere di farlo con i soldi dei vostri soci e voi, Ministri, capisco che ancora avvertiate lo spirito natalizio, ma se volete fare dei regali di questo tipo, fatelo con i vostri soldi e non con quelli della Banca d’Italia e quindi dei cittadini italiani. (Applausi dal Gruppo M5S).

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